Martedì, 24 Ottobre 2017 06:50

Inquinamento: quando si dice c’è “aria di smog”

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Sono 9 i milioni di vittime che ogni anno miete l’inquinamento: più di guerra e fame messi insieme.




L’hanno definita la “sfida dell’antropocene”, termine coniato dal Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, per descrivere l’epoca geologica in cui l’ambiente terrestre è fortemente influenzato dall’azione umana: ma più che una sfida sta assumendo i connotati di una débacle. Il termine smog fece la sua comparsa nel lontano 1905, quando ha un convegno sulla salute pubblica, un pull di tecnocrati del settore espose per la prima volta gli effetti dirompenti di questa nube che si formava a basse quote. Da quel lontano 1905 però l’uomo non è per niente cambiato: i dati del ministero della salute sono sempre più critici, a testimonianza del fatto che proseguendo con questa linea di condotta, non avremmo mai un’inversione di tendenza. Ignorare oggi una tematica così delicata sembrerebbe quanto mai riduttivo: chi più chi meno, tutti alla fine indistintamente subiamo in maniera passiva gli effetti di un centinaio di sostanze tossiche sparse nell’aria, fenomeno che oggi con un eufemismo definiamo smog, perché chiamarla nube tossica sarebbe cacofonico.

Ma cerchiamo di non esporre i fatti in maniera farraginosa, tracciando piuttosto un quadro complessivo della realtà in cui viviamo, cercando di individuare possibili direttrici di sviluppo per ovviare a questa situazione. Partiamo con un dato preoccupante circa le morti indotte dall’inquinamento dell’aria: come riporta la rivista “The Lancet”, il numero di morti derivanti da inquinamento ha toccato quota 9 milioni, una cifra che non dovrebbe sorprendere considerando il fatto che Donald Trump ha da poco deciso di ripristinare le fabbriche con combustibile fossile. Eppure quanti espedienti abbiamo utilizzato nel corso degli anni per far fronte a questo “nemico comune”? gli esempi si sprecano. Dalle targhe alterne, alle macchine ibride fino ad arrivare ai tanto criticati ZTL, sembra che il genere umano sia prossimo a soccombere d’innanzi alla gravità di questa situazione, che potrebbe sancire definitivamente la nostra sconfitta sia da un punto di vista etico che umano. Le nostre città stanno assumendo sempre più spesso i connotati degli slums tanto cari a Charles Dickens, quegli angusti meandri delle città dove già nell’1800 nessun abitante voleva vivere: l’aria inquinata e i fumi delle ciminiere non sono poi una realtà tanto distante da quella che viviamo oggi.


Chi di voi si ricorda la chimera, quel mostro mitologico che divorava tutto e tutti? Ecco, l’inquinamento è più o meno cosi, una malattia creata dall’uomo e dalla sua negligenza, dalle sue industrie e dal consumismo sempre più massificato, di una società che incurante di ciò che la circonda, ha messo nel dimenticatoio la sua casa più grande: il pianeta terra. Per anni i governi hanno incentrato le loro politiche sullo sviluppo e sulla crescita economica, tralasciando l’importanza dello sviluppo sostenibile. Ma ora è semplicemente troppo tardi. Per anni il pianeta terra ha sofferto silenziosamente senza che nessuno battesse ciglio, lasciando a un pugno di giovani uomini la forza di fronteggiare questo terribile destino cui andiamo inevitabilmente incontro; ciò che cerchiamo di perseguire adesso è una mera utopia che più impossibile non si può, semplicemente perché non si può (ora) soggiogare l’inquinamento, visti i dati crescenti che affliggono il nostro pianeta. Nelle metropoli l’aria si fa sempre più pesante, scandita da miasmi derivanti da polveri sottili, anidride carbonica, gas di scarico delle autovetture e chi ne ha più ne metta. Una recente ricerca riporta come in Italia, circa 25 capoluoghi hanno oltrepassato la soglia limite della qualità dell’aria, con valori che molte volte erano di tre volte superiori del limite consentito. Ma non è tutto: l’inquinamento non solo porta a fenomeni tangibili e misurabili, ma anche a molte conseguenze indirette di cui nessuno parla.

La celebre School of Medicine at Mount Sinai di New York, ha stimato i costi derivanti dall’inquinamento, giungendo a degli aspetti sorprendenti; i costi delle vittime e delle malattie da inquinamento sono pari all'1,3% del Pil nei paesi a basso reddito e allo 0,5% nei paesi ricchi (in media globalmente allo 0,13% del PIL). I costi più prettamente sanitari collegati all'inquinamento sono pari al 7% della spesa sanitaria annua nei paesi a medio reddito, e all'1,7% della spesa nei paesi ricchi. E che dire dei sintomi che da anni proliferano nelle nostre economie? Sentito mai parlare di effetto serra, polveri sottili e piogge acide? Tali questioni andrebbero sicuramente discusse in altre sedi, anche sé i danni sono sotto gli occhi di tutti: numerosi studi corroborano l’ipotesi di come il 2017 sia stato l’anno più caldo nella storia della terra, con un indice medio di precipitazioni ridotto del 41%. E noi in tutto ciò dove siamo? Tra l’appello disperato del papa con la sua enciclica Laudato si’ e i governi che cercano di applicare tagli all’industria, la situazione appare complicata come mai prima d’ora: l’uomo decantato nei versi di San Francesco, l’uomo che doveva prendersi cura e amare la terra non esiste perché è divorato dalle passioni, passioni travolgenti che lo hanno reso egoista e solista come mai prima d’ora. Eppure spiragli di luce appaiono all’orizzonte nemmeno troppo futuro: forse il prossimo quinquennio può essere un anno di svolta nella storia dell’uomo, come riportano i dati “rassicuranti” di molti player del settore automotive che modificheranno le loro offerte, inserendo un numero crescente di autovetture a propulsione elettrica o ibrida; Tesla è stata sicuramente l’azienda che più di tutte ha fatto da apripista in questo settore, e molti altri player hanno deciso di emulare questa scelta, come Volvo e Audi che puntano entro il 2022 ha sostituire il 40% del loro catalogo prodotti con vetture elettriche, forti anche dei dati che sembrano davvero incoraggianti: secondo il Sole 24 ORE, il settore dell’elettrico cresce bene quasi in tutta Europa, con margini di crescita positivi se paragonati ai risultati negativi degli anni precedenti. Sicuramente l’unico fattore che frena l’ascesa dell’elettrico è il problema dell’autonomia e della ricarica: Enel ha da poco lanciato una campagna in cui afferma che nei prossimi anni un numero maggiore di colonnine verrà installato sul territorio nazionale, andando ad incrementare il numero (quanto mai irrisorio) di 2228 colonnine, troppo basso per incentivare gli automobilisti a passare all’elettrico. Una cosa è certa: le promesse ora stanno davvero a zero. Il lamento della terra è sempre di più il nostro lamento, un lamento corale che coinvolge tutti, terra e uomo insieme, che ora possono unirsi e vincere l’ineffabile crudeltà di questo destino.



Francesco Sanetti

 

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