Cessione del quinto dello stipendio Da cessione del quinto a cessione del terzo nessun vantaggio per il consumatore

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Sebbene la neo regolamentazione della cessione del quinto sia uno strumento utile per le ricadute positive che può avere sul rilancio dei consumi e la maggiore sostenibilità economico - finanziaria delle banche e delle assicurazioni, le quali stanno attraversando un periodo terribile a tutto danno del risparmio nazionale e del suo Pil.


Mai si deve comunque cadere nella tentazione di trasformare tale riforma in un mero rafforzamento delle facoltà del creditore, come purtroppo prevede la proposta presentata, che non riforma nulla se non nella forza contrattuale del finanziatore.

All’art. 3 comma 2, si prevede che il lavoratore possa dedicare al proprio indebitamento non più un quinto dello stipendio, ma un terzo. Aspetto fondamentale: la misura del quinto fu decisa dalla esperienza e quindi saggezza pluridecennale che ha insegnato che quella misura garantiva il massimo possibile di compressione del reddito disponibile (a vantaggio dei finanziatori) garantendo un dignitoso residuo liberamente disponibile.

Quindi variare questa proporzione è possibile solo in caso di sufficiente capienza del reddito residuo. Purtroppo si rende superfluo argomentare sull’inesistenza di tale condizione, che è lontana anni luce dall’essere garantita in costanza della precarietà diffusa in ogni segmento occupazionale.

Quindi l’allargamento di tale proporzione è da rigettare senza dubbi e non esiste regolamentazione che possa garantire il finanziatore del rientro puntuale e completo.

Se poi tale allargamento in certi casi perviene addirittura alla sottrazione della metà dello stipendio netto (art. 3 comma 5) ci troviamo di fronte ad una palese lesione dei diritti dei cittadini di chiedere aiuto per vie legali a chi di dovere, nel caso di bisogno di credito.

Lesione dei diritti ulteriormente aggravata se si leggono i commi 11 e 12 art.3 e il comma 3 art. 4 che coinvolgono anche il Trattamento di fine rapporto (Tfr) e la previdenza complementare.

Quindi siamo davanti ad argomenti che, per chi crede e si batte per la tutela del consumatore,  sono improponibili.


I rischi naturalmente connessi all’attività creditizia in caso di perdita del lavoro, riduzione di stipendio o morte, purtroppo per tutti noi, sono casi classici che giustificano parte del rendimento preteso dal prestatore e che rendono lecito per quest’ultimo rivolgersi ad una compagnia assicurativa trasferendole parte dei propri rischi, ovviamente pagando il premio relativo.

È però singolare pretendere che tale premio venga pagato dal mutuatario fuori ed oltre rispetto all’interesse pattuito a meno che quest’ultimo venga fortemente ridotto in ordine alla riduzione del servizio offerto.

Oltre la incredibile bizzarria finanziaria v’è la questione del merito: chi ha interesse a creare tutte le condizioni per una compressione duratura delle capacità di consumo e risparmio del debitore? Chi ha interesse a creare tutte le condizioni che porteranno alla inadempienza? Se si eroga pochissimo il mutuatario dovrà indebitarsi per una somma molto più alta di quella che gli serve condannando il consumatore per anni a rinunzie certamente non coerenti con l’obiettivo di espandere consumi e risparmio, che certamente è alla base del nostro discorrere. 

Possiamo solo concludere affermando che la prassi di avanzare delle proposte, senza la attiva collaborazione delle Associazioni dei Consumatori per poi chiederne il placet, sia probabilmente superata per ragioni culturali.