Giovedì, 16 Gennaio 2020 10:00

Dal profondo dei mari riemerge parte della storia dell’umanità

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Questo breve articolo corona il lavoro del gruppo archeologico di Accademia Kronos che da anni è impegnato a cercare la verità nelle nebbie della storia, nonché a cercare di bypassare la disinformazione (voluta) sulle origini dell’uomo e delle sue civiltà.

Questo che vi presentiamo, pertanto, rappresenta un ulteriore e importante tassello verso la conoscenza del nostro passato. Nessuna fake news, nessuna notizia “per sentito dire”, ma fatti concreti che abbiamo cercato da oltre un decennio e alla fine trovato e  selezionato   attraverso un percorso che vi presentiamo e che siamo certi vi farà riflettere.

Veniamo ai fatti, per prima cosa il nostro Direttore Ennio La Malfa, anni fa acquistò dalla Biblioteca del Palazzo di Topkapi di Istanbul la mappa pergamenacea anastatica (era stata stampata in un numero limitato di copie) dell’ammiraglio turco Muhiddin Piri Reis (1470-1553).  Da cui sono partite le ricerche, una serie di spedizioni in  Turchia,  sulle Ande Peruviane ed a Rapa Nui (Isola di Pasqua). Alla fine a  Dicembre del 2019 finalmente la svolta.

La mappa di Piri Reis

Su questa carta geografica si sono scritti fiumi di parole e la scienza ufficiale ad un certo punto ha dovuto alzare le mani perché ancora oggi non sa dare spiegazioni su terre e particolari di coste e di fiumi e montagne interne che nel 1517 ancora non erano stati scoperti. Fin qui tutto bene, sappiamo, ad esempio che i profili delle coste antartiche, oggi sotto una consistente coltre di ghiaccio, solo da pochi anni, grazie a sofisticate indagini satellitari, sono state definite e, nella carta di Piri Reis, sono perfettamente sovrapponibili a quelle appena scoperte. Una tra le tante domande che gli studiosi si sono posti è che il continente artico, riportato nella mappa, risulta libero dai ghiacci e, quindi con una superficie costiera ben visibile, ma questo era possibile solo durante le varie fasi interglaciali terrestri, ultima delle quali avvenuta tra i 130.000 e i 110.000 anni fa (3^ era glaciale detta: Riss e 4^ detta: Wurm). Interrogativi questi che ancora non danno risposte, ma che rappresentato dati di fatto e non invenzione di cartografi dell’epoca.

E allora studiando questa mappa, ci si chiede, come poteva rappresentare i profili di un Antartide le cui coste erano prive di ghiaccio?  Secondo alcuni studiosi, documenti e carte geografiche come questa, che attestavano l’esistenza nel passato di civiltà più evolute, erano conservate nella mitica Biblioteca di Alessandria D’Egitto, che purtroppo durante la campagna di Giulio Cesare sbarcato in Egitto per combattere Pompeo (Pompeo però fu assassinato prima da un sicario del re Tolomeo XIII) si trovò coinvolto in una rivolta che distrusse parte della città di Alessandria e della biblioteca. Alcuni storici ipotizzano invece che fu proprio Giulio Cesare a dare l’ordine di incendiare la biblioteca perché, sempre secondo alcune ipotesi, non si voleva far conoscere al mondo di allora che erano esistite civiltà più grandi di Roma. Per fortuna, ci dicono sempre gli studiosi, diversi documenti vennero salvati dai sacerdoti egizi e trasferiti successivamente in aree più sicure.  Tra questi documenti la mappa di Piri Reis che purtroppo una sua parte andò distrutta dal fuoco, si pensa la parte che avrebbe dovuto rappresentare  l’oceano Pacifico.

Questa mappa, disegnata su pelle di gazzella, ogni tanti decenni, come era consuetudine allora operare  su tutti i documenti riportati su pergamena, veniva riprodotta fedelmente e a volte aggiungendo nuovi elementi, come i vascelli della mappa di Piri Reis.

La scoperta

Nel 2001 il governo di Cuba incaricò due ricercatori della “Advanced Digital Communications” (ADC), società specializzata nell’individuare e recuperare eventuali reperti e tesori di galeoni affondati nell’Oceano Atlantico e nel Mare dei Caraibi, di effettuare un’indagine lungo i fondali a nord-ovest dell’isola (Capo Sant’Antonio) dove si pensava fossero naufragati alcuni velieri. Dopo qualche giorno dedicato allo scandagliamento sonar dei fondali, due ricercatori sulla nave oceanografica canadese Ulises, Paulina Zelitsky e Paul Weinzweig, si imbatterono a circa 650 metri di profondità, in un’ampia area pressoché piana di circa 20 chilometri quadrati, ricoperta da una spessa coltre di sabbia bianca, in qualcosa di anomalo: gli strumenti di bordo (sonar ed altri strumenti elettronici) cominciarono a segnalare non galeoni o altri vascelli, ma imponenti strutture di pietra, con angoli a 90°, perfettamente rettangolari, nonché alcuni edifici simili a piramidi. Tutte strutture perfettamente allineate come si confà ad una città. I componenti della spedizione pertanto si soffermarono su questa scoperta e nei giorni successivi scoprirono anche ampie strade e mura di cinta.

Un anno dopo, muniti di ROV (Remotely Operated Vehicle), un robot teleguidato per esplorazioni ad elevate profondità in grado di riprendere immagini e di raccogliere campioni di roccia dal fondale, ripresero le ricerche. Si constatò subito che il materiale delle costruzioni era di granito puro, una pietra non presente in quella zona. Una volta analizzati i campioni riportati in superficie dal robot-sommergibile, si constatò che le pietre erano perfettamente levigate e alcune erano ricoperte da incrostazioni di esseri organici che vivevano non in profondità ma vicino alla superficie del mare, quindi in superficie. Ciò che lasciò di stucco i ricercatori e che in una stele fotografata dal robot apparvero delle incisioni che rappresentavano figure particolari come una sorte di croce formata da due ellissi sottili, immagine questa rinvenuta molti anni prima in alcune antiche miniere cubane. Oltre a ciò apparivano incisioni di lettere che qualcuno le definì simili o quasi all’alfabeto etrusco.  Insomma la teoria iniziale dei soliti saccenti che bollavano la scoperta come una semplice opera della natura, difronte a tale evidenza  naufragò come i vecchi galeoni affondati dalle tempeste. La televisione di Stato cubana mandò in onda il filmato che il robot–sottomarino aveva ripreso a 650 metri di profondità al largo del mare nord occidentale dell’isola. Nel filmato si evidenziavano strutture artificiali composte da blocchi levigati, eretti uno sull’altro in forme diverse; coperti da iscrizioni sconosciute e indecifrabili. Ciò, com’è naturale, scatenò l’interesse soprattutto di alcuni musei americani che avrebbero voluto esporre qualche reperto. Il ministero della cultura cubana incaricò il geologo Manuel Iturralde, ricercatore del Museo di storia Naturale di Havana, di indagare su questa scoperta.   
Il prof. Iturralde dopo aver visionato i filmati e i reperti riportati in superfice disse: “Sono strutture veramente uniche. Non sono facili da comprendere e non ho per loro alcuna semplice spiegazione in un processo geologico naturale”.

Lo scienziato successivamente affermò che quelle strutture dovevano essere fuori dell’acqua in passato e che, non essendoci spiegazioni geologiche adeguate, se non altro quelle forme potrebbero essere state costruite o modificate dall’uomo. Come geologo, comunque era molto perplesso, perché diceva che se si fosse trattato di un fenomeno di bradisismo negativo, ossia di abbassamento del suolo a causa di attività vulcaniche, di qualche centimetro l’anno, quella presunta città avrebbe dovuto avere più di 50.000 anni. Un qualcosa di inconcepibile per la storia  umana. In quel periodo, secondo lo scienziato, l’uomo era ancora un cacciatore raccoglitore, capace al massimo di costruirsi un rifugio con rami e foglie.  A questo punto però negli anni ’80 l’attuale direttore La Malfa aveva pubblicato un libro dal titolo “Viaggiando alla ricerca di civiltà perdute” e nel redigere quel testo aveva riportato uno studio di uno geologo austriaco, Otto Much  che ipotizzava che il diluvio universale fosse realmente avvenuto intorno al 9.000 a.C. quando un grande meteorite sarebbe precipitato nell’oceano Atlantico tra la Florida e le Antille, vaporizzando una parte dell’oceano e facendo sprofondare tutte le isole vicine, fino a causare uno tsunami di centinaia di metri d’altezza capace di spazzare via tutte le coste dei continenti e provocando piogge violente per oltre un mese. La prova di quest’avvenuto disastro il geologo la desunse dall’iridio e dalla polvere di platino trovati soprattutto nelle parti altre della Florida e nelle Antille ( L’iridio è un elemento che non appartiene al nostro pianeta, ma alla cintura degli asteroidi, tra Marte e Giove). Secondo Much, come abbiamo riportato in un servizio nel nostro notiziario lo scorso anno, questo cataclisma sarebbe avvenuto tra i 12 e 13 mila anni fa.
E allora la vetrificazione nella città sommersa scoperta dai ricercatori della nave Ulises comincia ad avere un senso. Infatti tale fenomeno è caratteristico di violente eruzioni o dell’impatto con un meteorite che esplodendo ancora prima di raggiungere il suolo produce temperature nell’ordine di migliaia di gradi.

Allora riprendendo la mappa di Piri Reis, soffermiamoci sull’isola rossa che secondo lo stesso ammiraglio rappresentava un'isola sprofondata. I membri del gruppo archeologico di AK hanno voluto calcolare latitudine e longitudine della città sommersa al largo di Cuba e cercare di sovrapporla alla mappa di Piri Reis e, guarda caso, combaciano.

Questo è un primo risultato importante, poi il gruppo si è interessato a cercare la conferma dell’eventuale impatto meteorico che avrebbe determinato lo sprofondamento dell’isola ”rossa” riportata sulla mappa. La fortuna alla fine ha premiato i ricercatori, prima da parte dell’archeologia e poi da parte dell’astronomia. Ancora una volta la risposta è arrivata dalla Turchia ed esattamente dagli scavi di Gobekli Tepe, uno strano  insediamento cultuale di circa 13.000 anni fa, dove la rappresentazione di questo impatto meteorico è riportato in una stele oggi battezzata Stele dell’avvoltoio. Qui si vedono nel bassorilievo animali e un uomo decapitato e la descrizione, rappresentata da figure di animali, della costellazione da dove sarebbe arrivata la cometa o altro corpo siderale. Per gli scienziati ciò potrebbe indicare una grande catastrofe planetaria causata da un impatto cosmico.

Tornando alla “cronaca” del disastro cometario incisa sulla pietra, la scoperta del collegamento tra la descrizione sulla stele e l’eventuale disastro cosmico è dovuta ai ricercatori dell’Università di Edimburgo che alla fine hanno pubblicato i risultati delle loro ricerche sulla rivista “Mediterranean Archaeology and Archaeometry”.

Un’ulteriore conferma che la stele riporti effettivamente la storia dell’impatto di una cometa sulla Terra arriva da un software che ha analizzato la posizione delle figure animali incise sulla pietra, che ricalcherebbe quella delle stelle che illuminavano il cielo circa 13.000 anni fa.

Gli studiosi hanno ipotizzato che la descrizione dell’impatto meteorico, riportata sul monolite di Gobekli Tepe, come periodo possa collimare con l’ultima scoperta scientifica che ha cercato di dare una spiegazione plausibile sulla scomparsa improvvisa della civiltà Clovis avvenuta intorno al  9.000 a.C.

Si è anche ipotizzato che questo evento abbia potuto produrre tsunami di centinaia di metri di altezza, capaci di spazzare via gran parte degli insediamenti umani lungo le coste di tutti mari. Da qui forse il mito del diluvio universale. Lo stesso Platone nelle sue opere parla di un cataclisma che in un giorno e in una notte fece sprofondare Atlantide. C’è di fatto che questo impatto spaziale produsse un’insolita era glaciale (Dryas recente) durata diversi secoli e che avrebbe sterminato la megafauna soprattutto della America centro settentrionale e non solo. Fenomeno questo attribuito all’iniziale e  parziale oscuramento dell’atmosfera causato dalle polveri sollevate tra la troposfera e la stratosfera a causa degli impatti sulla superficie terrestre e che successivamente avrebbe innescato una nuova, se pur breve, era glaciale. Sull’esempio di quanto accaduto nel 1908 in Siberia (Tunguska), dove un grosso corpo siderale esplose nell’atmosfera prima di colpire il suolo, causando una immane devastazione nella foresta, gli scienziati hanno pensato che la stessa cosa fosse accaduto circa 13.000 anni fa tra Cuba e la Florida. L’esplosione nell’alta atmosfera di questo corpo spaziale avrebbe prodotto centinaia di proiettili, alcuni dei quali avrebbero creato anche dei cenotes nella penisola dello Yucatan e, ancora, creato decine di crateri su gran parte del pianeta, molti dei quali poi ricoperti dalla vegetazione o trasformatesi in laghi tettonici. Parte di questo corpo celeste sembrerebbe essere finito anche in Cile e, ancora,  a Wonderkrater, in Sud Africa. Ma recentemente, grazie ad alcuni satelliti Nasa che hanno fotografato le aree del pianeta coperte da ghiaccio, si è scoperto che anche sotto la coltre di ghiaccio della Groenlandia c’è stato un violento impatto meteorico, infatti esiste un cratere di oltre 31 Km di diametro. Quindi un cataclisma che ha saputo modificare per molti secoli il clima terrestre, con tutte le tragiche conseguenze appena descritte.   

L'isola sprofondata nell'Atlantico

A questo punto le coordinate tra l’isola rossa della mappa di Piri Reis e la presunta città sommersa al largo di Cuba combaciano; stessa cosa per le date che indicherebbero l’impatto siderale che avrebbe provocato l’inabissamento dell’isola…. e allora?  
Troppi indizi a favore della tesi di un'isola sprofondata migliaia di anni fa nell’oceano Atlantico che poi questa fosse Atlantide o altro a noi qui ora non interessa, importante è dimostrare che in fondo al mare, ma soprattutto sotto gli oceani, c’è ancora molto da scoprire, qualcosa che ancora una volta ci obbliga a riscrivere la storia dell’uomo.

In conclusione possiamo affermare che la descrizione dell’isola in rosso nella mappa di Piri Reis non è frutto di  fantasie dell’epoca e che la spiegazione dello stesso ammiraglio turco “...è un isola che c’era, ma ora è sotto il mare…” rappresenta una storia reale, anche se, forse, non completa.